Padre di due figlie

Il Maestro Daniele Anile è il tecnico del Circolo Scherma Terni ed è padre di due figlie femmine, ovviamente anche loro schermitrici…… Dalle sue affettuose parole di padre deduco che la stupidità umana non parla solo calabrese……. Spesso mi sono sentita dire le cose più stupide in relazione al mio essere donna e tecnico di scherma ……Non è mai facile, qui, far capire che la scherma è eleganza e l’eleganza è di tutti,maschi e femmine…….ma, sinceramente, pensavo che fosse un problema culturale della sola Calabria…. La nostra risposta, da donne e schermitrici ? Continueremo a fare ciò che ci piace di più……..

Dalla pagina facebook del Maestro Daniele Anile,una sua riflessione pubblicata il 27 maggio scorso. Grazie ,Maestro……

“…Purtroppo infatti in ogni età della vostra vita incontrerete comunque qualcuno che cercherà di convincervi che non potrete fare alcune cose perché non sono “da femmine”. Succederà nei giochi in cortile, ora che siete bambine, e più in là nel mondo dello studio e del lavoro. Ci sarà qualcuno che vi farà vivere il vostro essere donna come un problema, come un limite. In questo caso, siete voi che dovete farmi una promessa: non credetegli. Assolutamente. Non credetegli. Non perdete neanche tempo a rispondergli, ma giratevi e continuate per la vostra strada. Le vostre capacità non sono scritte in quei due cromosomi X ma nella forza dei vostri sogni e nel lavoro che avrete fatto per cercare di portarli a compimento, per trasformare il sogno in un obiettivo, a prescindere dal suo risultato. La vostra intelligenza, la vostra caparbietà, il vostro cuore, non hanno nulla a che vedere con il vostro genere, ma solo con la vostra unicità di individui. E chi vi dice il contrario sta mentendo, per malafede o ignoranza…”

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Le gare di giugno in Calabria

Il 13 giugno si svolgerà a Pianopoli (prov. di Cz) il 1 Trofeo Fis Calabria 2021 alle 6 armi (ovvero fioretto, spada, sciabola per donne e per uomini).

Ventisei tra atlete e atleti ,di tutta la Regione Calabria si daranno battaglia, nelle tre specialità della scherma, coadiuvati da 7 arbitri , 1 direttore di torneo e due computeristi, tutti calabresi.

In bocca al lupo a tutti !

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7 Giugno 2021 – Giornata Nazionale dello Sport – Calabria

Diretta Facebook organizzata dai Coni Point della Regione Calabria alle ore 19.00.
Coordina Francesca Stancati delegata Coni Point CS.
Interviene il Presidente Coni Calabria Maurizio Condipodero.

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Il talento

Credo che ognuno di noi abbia il suo concetto di <talento>……Per me il talento non è ,o non è solo ,<il podio più alto> e la medaglia d’oro…..anche, ma non solo…… per me è qualcosa di innato ,un dono che ,tuttavia, devi coltivare con umiltà e perseveranza, altrimenti svanisce….un dono che ,in quanto tale, non deve renderti superbo ma riconoscente…….. Il concetto del talento è valido per qualsiasi sport o arte : mi viene da pensare alla grande Carla Fracci,scomparsa il 27 maggio ,che aveva detto che bisognava affiancare,al <talento>,la tenacia,la determinazione,la disciplina,la costanza…..E tutto ciò non è valido solo per la danza……anche per la scherma e tutti gli altri sport …..

Dalla pagina facebook di Daniele Anile,Maestro del Circolo Terni, una interessante riflessione sul talento,tratta dal brano “Talento o talent”, <La maschera è da uno> (Morphema Editrice)

“…Allora quando guardo i miei ragazzi, il loro talento, capisco che il mio compito è quello di insegnare loro a non avere paura di mostrarlo; di non temere le aspettative che nascono attorno a loro, ma di essere orgogliosi che siano state loro affidate capacità che altri non hanno. E che queste capacità le devono mettere a frutto, attraverso l’impegno e il lavoro. E che soprattutto, non devono avere paura di mettersi in gioco, temendo il fallimento, perché questo non si nasconde in una singola prestazione andata male, ma nel rischio di non giocarsi, spesso per paura, tutte le loro possibilità; perché il successo è già insito dentro di loro. È una forza potenziale che per diventare effettiva ha solo bisogno che loro la mettano in campo, che la facciano vedere. Ma più di ogni altro è importante che mostrino la loro diversità, il loro modo differente di vivere la vita, da protagonisti, e non da comprimari; da uomini e donne, che hanno scelto, e per me è sempre questione di scelta, di voler prendere in mano il loro talento e trascinarlo in alto e non di nasconderlo, inutilizzato, sottoterra.”

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Educhiamo a tollerare gli insuccessi

Dal sito <adolescienza.it>,a cura della redazione, l’ articolo<No alla sindrome da primo della classe. Educhiamo i figli anche a tollerare gli insuccessi>,pubblicato il 27 novembre 2017. Lo sport, nella sua alternanza di vittorie e sconfitte, presenta ai nostri ragazzi quel che è la vita. Sta a noi adulti, sempre educatori, aiutarli a vivere entrambe(…non solo le sconfitte….)con dignità ed equilibrio, ricordando che ciò che è ,in quel momento e per quella occasione, il risultato non classifica in maniera eterna ed immutabile l’essenza di una persona……...

<Un’interrogazione andata male, un compito sbagliato, una gara persa sono situazioni quotidiane in cui bambini e ragazzi incontrano un fallimento. In questi casi, ai genitori può capitare di andare nel panico, preoccuparsi, magari arrabbiarsi e “farne una tragedia”, come direbbero gli adolescenti, oppure di banalizzare la situazione, sottovalutando le emozioni e le delusioni dei figli in quel momento.

E’ fondamentale educare bambini e adolescenti ad affrontare anche la sconfitta, e trasmettere il messaggio che ciò che conta è arrivare in fondo, migliorare, divertirsi, saper accettare che un altro possa fare meglio di noi in quel momento.

Evitare la sindrome da “primo della classe”
E’ importante sostenere bambini e adolescenti nei momenti di crisi: si impara sin da piccoli a saper perdere, anche attraverso il comportamento dei genitori e le modalità con cui affrontano le sconfitte.

Si rischia, talvolta, di trasmettere ai figli, anche in modo inconsapevole, il messaggio che si è importanti solo se si vince, concentrandosi sui risultati e sul profitto, mentre per loro è fondamentale sentire di essere amati per quello che sono, con i loro limiti e le loro difficoltà, anche se non sono bravi in tutto e se non arrivano sempre al primo posto, a scuola, nello sport o in ogni altra attività.

Bambini e ragazzi che si sentono amati in modo incondizionato non avranno paura di provare, di mettersi in gioco e magari anche di sbagliare, perché riusciranno ad affrontare e tollerare di più anche le sconfitte e le eventuali prese in giro dei coetanei.

Come aiutare i figli ad affrontare un insuccesso?
È utile valorizzare anche gli aspetti positivi presenti in un fallimento; nel gioco, ad esempio, si può sottolineare a bambini e ragazzi quando sono stati bravi a rispettare le regole, farli riflettere su quanto si siano divertiti, sulle emozioni che hanno provato, differenziando i giochi in cui si vince per fortuna da quelli in cui conta anche l’impegno.

Ovviamente è opportuno utilizzare giochi adatti all’età dei figli o farli partecipare ad attività sportive in linea con le loro abilità, in modo da confrontarsi con gli altri ed entrare in contatto con i propri limiti, che possono però essere superati. Accettare la sconfitta significa anche che si può capire dove abbiamo eventualmente sbagliato, per evitare di commettere lo stesso errore in futuro.

Lasciate a bambini e adolescenti un tempo per digerire l’insuccesso. Un adolescente deluso per un brutto voto, ad esempio, difficilmente vorrà parlare appena tornato a casa di quanto è successo. Non banalizzate quello che prova e, allo stesso tempo, evitate di umiliarlo o trasmettere l’idea che sia un “fallito” perché non ha raggiunto un determinato obiettivo. Lasciategli del tempo, poi provate a chiedere cosa è successo, magari dicendogli che comprendete la delusione, che vi dispiace e che se vuole può parlarne con voi, per trovare insieme delle soluzioni.

Ai genitori spetta il compito di insegnare ai figli prima di tutto il valore dell’averci provato, dell’impegno e dei possibili errori. Perdere non significa essere dei perdenti o non avere gli strumenti e le capacità per competere, ma fa parte dell’esperienza: il successo sta nel riuscire ad accettare anche le piccole sconfitte e imparare da esse.>

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La triste fine delle strutture olimpiche

Si è parlato tanto delle Olimpiadi 2020, rimandate per colpa del covid al 2021……Le Olimpiadi,si sa,mettono in moto ,oltre che le Federazioni con i loro atleti, tutto un indotto economico a beneficio della città ospitante……Città che si adopera nel presentare al meglio il proprio territorio,anche con la costruzione ad hoc di impianti sportivi, necessari all’evento….. Ma, una volta finite le Olimpiadi,che fine fanno le strutture sportive create per l’occasione? Penso sia una domanda che ci siamo posti tutti……Luciana Grosso,in questo articolo pubblicato l’8 marzo del 2020 su https://it.businessinsider.com/ ,tenta di dare una risposta……..

<Che fine fanno le strutture olimpiche dopo il loro trionfale, ma breve, uso? In genere non una buona fine. Per lo più, come spiega un articolo di CNN, finiscono abbandonate, in disuso e, persino, preda di erbacce e animali selvatici. Gli esempi di abbandono e incuria post olimpionici per strutture che pure sono eccellenti e che sono costati milioni non mancano: da Sarajevo, città nella quale dopo le olimpiadi è arrivata la guerra, trasformando il villaggio olimpico in un cimitero, a Rio De Janeiro (dove di recente una decisione del tribunale ha ordinato la chiusura delle strutture), da Pechino a Atene. Ai quattro angoli del pianeta, là dove c’erano una città ora c’è l’erba. Un fenomeno che si ripete con troppa puntualità e in troppi punti del mondo per pensare che sia un caso.

La ragione di un destino tanto triste per i temporanei templi dello sport potrebbe risiedere negli altissimi costi di manutenzione che la gestione stessa di quelle strutture comporta. Un esempio, in tal senso, arriva da Montreal, città che ha ospitato le Olimpiadi estive nel 1976, e ha smesso di ripagare il suo debito olimpico solo tre decenni dopo. O da Sochi, in Russia, che ha affrontato le Olimpiadi invernali del 2014 con un piano di spesa da 50 miliardi di dollari. E di Atene e del ruolo delle Olimpiadi del 2004 nel default dello stato, ovviamente, già molto si è detto.

Resta una domanda però? Non c’è un modo per fare in modo che le Olimpiadi siano un successo per un tempo più lungo di due settimane in estate? Ci interesserebbe saperlo prima del 2026, anno in cui sono in programma i Giochi olimpici invernali tra Milano e Cortina.>

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Se i ragazzi non si muovono abbastanza….

Dal sito <portalebambini.it>l’articolo <Se i ragazzi non si muovono abbastanza , lo studio non serve>,pubblicato il 16 novembre 2018,a cura di Alessia de Falco e Matteo Princivalle.

Ancora oggi è dura far capire a tutti l’importanza di fare sport,un qualsiasi sport(…ma se è scherma è meglio… 😉 )per i bambini(e non solo per loro…)….C’è una spaventosa sottovalutazione della sedentarietà e delle sue gravi conseguenze…..Si bada solo alla “mente” e non ci si ricorda che mente e corpo sono collegati…….E la cultura non è solo imparare l’italiano o la matematica o il latino : anche lo sport ben insegnato è cultura……

<Ti sei mai chiesta/o quale sia la correlazione tra studio e movimento? Quando insistiamo affinché nella scuola primaria italiana (e possibilmente già all’infanzia, con modi e tempi diversi) venga introdotta l’educazione motoria non lo facciamo perché siamo fanatici dello sport, ma con solidi argomenti.

L’Università dell’Illinois, ad esempio, ha dimostrato che nei ragazzi tra i 9 e i 10 anni che praticavano sport l’ippocampo (zona cerebrale importante nei processi di memorizzazione) era più sviluppato rispetto ai compagni sedentari. Questa recente scoperta scientifica consolida quanto già sostenuto dai ricercatori della Medical University of South Carolina Children’s Hospital, che avevano rilevato come l’aumento delle ore di attività fisica durante l’orario scolastico avesse come effetto collaterale l’incremento delle prestazioni cognitive dei ragazzi.

Forse, proprio nello sport potremmo trovare una risposta al dilemma che abbiamo posto in questo articolo. Perché gli studenti italiani studiano quasi cinque volte rispetto ai ragazzi coreani (o svedesi, o finlandesi, o di tanti altri paesi del mondo) e ottengono risultati nettamente inferiori? Forse, perché rispetto ai loro compagni, anche a causa della mole eccessiva di studio, sono troppo sedentari. Quel che è certo è che dobbiamo fondare una cultura del movimento e dello sport, in cui l’attività sportiva non sia assimilata ad una perdita di tempo o ad uno svago ma diventi un’attività essenziale per vivere bene.

Ma quanta attività occorre fare per vederne i benefici? Ce lo dice Franco Carnelli, primario della Unità operativa di ortopedia e traumatologia dell’IRCCS Multimedica di Sesto San Giovanni: “Tre sedute settimanali, ognuna di circa un’ora, preferibilmente di attività aerobica, sono più che sufficienti per far bene alla mente dei ragazzi oltre che al corpo“.

FONTI
https://www.corriere.it/salute/11_settembre_04/studio-sport-rendomento_03d218c4-d6d0-11e0-8117-f5a7da88e267.shtml >

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Paolo Pizzo eletto al Coni

Dal sito Federscherma.it

Paolo Pizzo,lo spadista azzurro, due volte campione del mondo e medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Rio 2016 nella prova a squadre,è stato eletto oggi nuovo membro della Giunta Nazionale del Coni. Ha ottenuto 21 preferenze.

L’Assemblea elettiva del Comitato Olimpico Nazionale Italiano si è svolta a Milano, al Tennis Club Bonacossa, e ha anche confermato Giovanni Malagò come Presidente.

A Paolo Pizzo vanno le congratulazioni da parte del Presidente della FIS Paolo Azzi, del Consiglio Federale e di tutta la Federscherma.

Pubblicato in marzo/aprile 2021 | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Le donne nello sport nel periodo fascista /5p.

Le precedenti puntate sono state pubblicate il 21 settembre,il 5 e il 12 ottobre,il 14 dicembre 2020.Tutte le puntate saranno inserite permanentemente nel riquadro colorato, sotto all’immagine del blog.

Le donne nello sport nel Periodo Fascista
Lo sport, in questo periodo comincia a vivere per dare una buona immagine del bel paese fuori confine, distogliendolo nel contempo la gente dal pensiero di altri problemi. Sport e fascismo miravano a creare un uomo nuovo, favorendo l’azione rispetto al pensiero. in questo periodo le donne erano procreatrici e niente altro. Dal secondo conflitto in poi tutto comincio a cambiare e infatti ecco un breve elenco delle donne che si sono distinte nello sport.

Olimpiadi:
Amsterdam 1928: Elisabeth Robinson che trionfò nei 100m piani con un tempo di 12”02;
Berlino 1936: Trebisonda Valla, detta Ondina, nata a Bologna nel 1916 fu la prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro olimpica. La conquistò vincendo gli 80 m ostacoli alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, dopo aver stabilito il nuovo record del mondo in semifinale.
L’originale nome Trebisonda fu scelto dal padre come omaggio all’omonima città turca (in turco Trabzon), da lui ritenuta una delle più belle del mondo. Nata dopo quattro fratelli maschi, la bambina veniva familiarmente chiamata con il diminutivo “Ondina”.
Ondina Valla si fece notare sin da giovanissima per la sua grinta e le sue doti atletiche. Ai campionati studenteschi bolognesi rivaleggiò con la concittadina Claudia Testoni, che sarebbe stata la sua antagonista per tutta la carriera sportiva.
A 13 anni Ondina Valla era già considerata una delle grandi protagoniste dell’atletica leggera italiana. L’anno dopo divenne campionessa italiana assoluta e fu convocata in nazionale.
Era un’atleta versatile, che otteneva eccellenti risultati nelle gare di velocità, sugli ostacoli e nei salti. Divenne presto una delle beniamine del pubblico italiano. Il governo fascista la elesse ad esempio della sana e robusta gioventù nazionale. La stampa la definì “il sole in un sorriso”.
Il più importante risultato della sua carriera fu l’oro alle Olimpiadi del 1936 a Berlino sugli 80 m ostacoli. Il 5 agosto vinse la semifinale con il tempo di 11″6, che le valse anche il primato del mondo. Il giorno dopo si disputò la finale. L’arrivo fu serrato, con ben quattro atlete piombate assieme sul traguardo. Non ci furono dubbi sulla vittoria della Valla, prima con 11″7, ma fu necessario ricorrere al fotofinish per stabilire l’ordine di arrivo per le inseguitrici. La sua rivale di sempre, Claudia Testoni, si ritrovò quarta, fuori dal giro medaglie.
Dopo le Olimpiadi Ondina Valla fu costretta a rallentare l’attività agonistica per problemi alla schiena. Continuò a gareggiare fino ai primi anni Quaranta.

1968: la messicana Norma Enriqueta Basilio fu la prima donna ad accendere il braciere olimpico.
1980: la favola della nazionale femminile di hockey su prato dello Zimbabwe, vincitrice dell’oro a Mosca nel 1980, ha molti punti in comune con quella della Danimarca che vinse il titolo europeo di calcio del 1992.
Ben cinque nazioni su sei, di quelle qualificatesi sul campo, erano rimaste escluse dai giochi moscoviti a causa del boicottaggio ordinato da Jimmy Carter.
Lo Zimbabwe, quando ancora si chiamava Rhodesia, era stato squalificato dai Giochi per non aver permesso agli atleti di colore di giocare in nazionale.
Contattate solo cinque settimane prima dal Cio, le sue atlete furono selezionate pochissimi giorni prima dell’inizio dei Giochi. Il 31 luglio 1980, battendo in finale l’Austria per 4-1, lo Zimbabwe conquistava il suo primo oro della storia.

la nuotatrice australiana Shane Gould partecipò a 12 prove vincendo 3 ori, un argento e un bronzo.
Atene 2004: vincitrice di scherma Giovanna Trillini e Valentina Vezzali.

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Il diritto di non essere campioni

Dal sito <adolescienza.it>,a cura di Maura Manca(psicologa e psicoterapeuta,presidente dell’Osservatorio Nazionale dell’adolescenza) ,l’articolo <Il diritto di non essere campioni.Quando il genitore pressa il figlio>pubblicato il 16 settembre 2015.

Ne ho visti tanti di adolescenti pressati dai genitori…..la pressione non era per dare il meglio di sè a prescindere dal risultato,come io chiedo sempre ai miei ragazzi…..ma era finalizzata a che il figlio/a raggiungesse gli obiettivi di vittoria dei genitori,a che soddisfasse le aspettative di gloria di essi e, soprattutto,le loro frustrazioni……. Ecco che lo sport ,così facendo,si trasforma in uno strumento diseducativo, lontano anni luce dalla primordiale finalità : <mens sana in corpore sano>……Per non parlare delle altre ottime finalità di gioco,divertimento,stare insieme,progetto educativo, veicolo di valori etc ec

E’ ovvio,a scanso di equivoci, che nell’agonismo come nell’amatoriale(perchè la componente di <sfida>c’è anche nell’amatoriale….)se l’atleta vince siamo tutti più contenti……ma se diventa <l’unico> scopo collegato al fare sport, agonistico o amatoriale che sia, avulso dalla sempre presente componente educativa, tutti noi educatori(genitori e allenatori)abbiamo perso….

<Bambini dopati dai genitori fin dalla tenera età per cercare di fargli raggiungere in breve tempo risultati importanti è la triste realtà di un fenomeno molto preoccupante e anche abbastanza diffuso. Sono bambini che non hanno la possibilità di scegliere di vivere lo sport come divertimento, integrazione e scarico psico-fisico. Si portano dentro la fatica emotiva di gestire il peso della competizione e quello di non deludere il genitore che è disposto a tutto, pur di far vincere il figlio. Sono bambini che vanno facilmente in drop out sportivo, ossia che abbandonano prima del dovuto lo sport perché carichi o sovraccarichi di troppe responsabilità.

I bambini hanno e devono avere durante tutto il corso dello sviluppo il diritto di non dover per forza essere campioni. I genitori hanno il dovere di insegnare i veri valori dello sport e di farglielo vivere nel miglior modo possibile. Il figlio non deve fare obbligatoriamente lo sport che decide il genitore, non deve corrispondere per forza alle aspettative genitoriali solo perché lui ha deciso che è portato per quel tipo di attività fisica e che deve realizzarsi in quell’ambito.

Mi capita spesso di vedere genitori sugli spalti urlare come dei disperati cercando di incitare il figlio a fare meglio, genitori mai soddisfatti delle sue prestazioni perché poteva fare o impegnarsi di più. I piccoli tante volte mi raccontano di sentirsi soffocati dalla presenza del papà o della mamma agli allenamenti, mi dicono di non sentirsi liberi di esprimersi, di giocare, di ridere, di divertirsi tra un esercizio e l’altro, perché i genitori la vedono come una mancanza di serietà e di concentrazione. Sono bambini anche spesso controllati nell’alimentazione, che quindi non sono liberi di mangiarsi una merendina, gestiti negli spazi ricreativi per non affaticarsi troppo e nelle ore di sonno per non intaccare il riposo finalizzato ad un miglior rendimento fisico. Tante volte finito l’allenamento il genitore continua l’attività di coaching dicendogli dove ha sbagliato e dove poteva fare meglio. I figli a volte si vergognano delle reazioni esagerate dei genitori che litigano con l’allenatore se non dà al bambino lo spazio che secondo loro si merita, se non li valorizza o non li mette in primo piano. Tante volte capita anche che ci siano litigate con gli altri genitori su quello che succede in campo o in piscina o in palestra. I bimbi in questo modo sono sottoposti ad uno stress psichico non gestibile per la loro età, perché hanno già il peso della scuola, dell’attività che fanno e anche dei genitori.

Ho seguito un adolescente di 12 anni in terapia che era una promessa nel calcio. Dopo anni di fatiche ha lasciato tutti gli sport perché non sopportava più la pressione del padre. Fin da piccolo il padre, tifoso sfegatato della Roma e patito del pallone, lo aveva iscritto alla scuola calcio perché voleva diventasse come Francesco Totti e voleva a tutti i costi che lo prendesse a giocare la Roma. Non si perdeva un allenamento del figlio, litigava costantemente con la società e con l’allenatore se non davano al figlio lo spazio giusto perché doveva segnare a tutti i costi. Durante le partite si sentiva solo lui negli spalti e quando capitava che qualcuno dicesse qualcosa contro il figlio litigava con tutti. Quando il ragazzo seguiva regolarmente gli allenamenti e giocava bene durante le partite del fine settimana, il padre era contento, gli parlava, lo riempiva di regali e gli faceva fare quello che voleva. Quando invece non era regolare, non lo considerava e si arrabbiava con lui. Al ragazzo questo atteggiamento pesava particolarmente a livello emotivo perché si sentiva considerato solo in funzione del calcio e non amato in quanto figlio. Non sopportava questo peso, perché non si sentiva libero di scegliere e di decidere di vivere uno sport in maniera più leggera. Lui non voleva diventare come Francesco Totti, voleva rimanere se stesso. Questa condizione gli generava una forte pressione e rabbia interna che scaricava con i coetanei attraverso risse, sulla scuola, andando a gravare sul rendimento scolastico e mettendo in atto determinati comportamenti che non facevano bene alla sua salute, come il fumare.

I figli si devono sentire amati anche quando le loro scelte che non corrispondono completamente alle aspettative genitoriali. La storia di questo ragazzo è la storia di tanti ragazzi costretti dai genitori a fare un determinato sport o spinti a dover raggiungere per forza determinati risultati. Tutti i minori hanno il DIRITTO DI NON ESSERE CAMPIONI e di vivere lo sport come scarico e come uno spazio per integrarsi con i coetanei e non per primeggiare sugli altri attraverso forme di competizione negative e fini a se stesse.>

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